Vedere e tracciare
Vi è una immensa differenza tra il vedere una cosa senza matita in mano e il vederla mentre la si disegna.
O meglio, sono due cose assai differenti che si vedono. Anche l’oggetto più familiare ai nostri occhi diventa tutt’altro, se ci si mette a disegnarlo: ci accorgiamo che lo si ignorava, che non lo si era mai veramente veduto. Sino ad allora l’occhio non era servito che come intermediario.
Il vedere ha una sorta di costruzione, da cui l’assuefazione ci dispensa. Noi indoviniamo e prevediamo, in generale, più di quanto vediamo, e le impressioni dell’occhio sono per noi segni, e non presenze singolari , anteriori a tutti gli accomodamenti, riassunti, abbreviazioni, sostituzioni immediate che c’inculcarono con la prima educazione.
Il disegno dal vero di un oggetto conferi sce all’occhio un certo comando alimentato dalla nostra volontà.
Bisogna volere per vedere e una tale vista voluta ha il disegno per scopo e insieme per mezzo.
Non posso precisare la mia percezione di una cosa senza disegnarla virtualmente, e non posso disegnare questa cosa senza un’attenzione volontaria che trasforma notevolmente quello che prima avevo creduto di percepire e di conoscere.
Una volontà che duri è essenziale per il disegno, il quale infatti esige la collaborazione di apparati indipendenti, i quali non chiedono se non di riprendere la libertà degli automatismi che gli sono propri. L’occhio vuole errare, come la mano arrotondare, prendere per la tangente. Per assicurare la libertà del disegno, con la quale potrà compiersi la volontà del disegnatore, bisogna venire a capo delle libertà locali. È una questione di governo…
L’indipendenza dei diversi apparati, le flessioni e le inclinazioni a loro proprie, le loro agevolezze , sono opposte all’esecuzione del tutto volontaria.
Ne risulta che il disegno, se tende a raffigurare un oggetto il più possibile da vicino, richieda la condizione più cosciente: nulla di più incompatibile col sogno, una tale attenzione dovendo interrompere in ogni attimo il corso naturale dei gesti e guardarsi dalle seduzioni della curva che si pronuncia.
Come il pensatore cerca di difendersi dalle parole e dalle espressioni bell’e fatte, che dispensano le menti dallo stupirsi di tutto e rendono possibile la vita pratica, nello stesso modo l’artista può, con lo studio della forma, tentar di ritrovare la singolarità propria e lo stato primitivo, originario, della coordinazione del suo occhio, della sua mano, degli oggetti e della sua volontà.
da “Degas, Danza, Disegno” di Paul Valéry, 1938

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