APERTURA | di Cinzia Arruzza e Felice Mometti
UNA REPUBBLICA FONDATA SUL WEB
LA SOCIETÀ in rete
Incontrare amici, organizzare iniziative anche politiche su Internet nell’illusione o nella speranza di alimentare e arricchire la propria «vita interiore». Il successo mondiale di Facebook è l’emblema delle potenzialità e dei limiti del «social networking»
In quattro anni sono diventati 175 milioni gli utenti nel mondo. In Italia 7 milioni in meno di due anni. I 10 mila computer per farlo funzionare, le 18 mila applicazioni, i 15 miliardi di pagine visitate ogni mese, fanno di Facebook il primo social network e la più vasta piattaforma digitale del pianeta. È presente in una quarantina di lingue e sta per essere «tradotto» in altre sessanta. La leggenda racconta del solito studente americano, Mark Zuckerberg che, avuta l’illuminazione di aprire un sito per mantenere i contatti con i propri amici anche dopo l’università, ha pensato bene di lanciarsi sul mercato dei social network. Questi dati danno il senso delle dimensioni, in continua crescita, di un’impresa che sta sbaragliando le altre piattaforme di quello che è chiamato il web 2.0. Forniscono anche alcuni elementi di lettura degli effetti che sta avendo sulle forme della comunicazione, sulle relazioni interpersonali, sulle dinamiche del riconoscimento reciproco. In poche parole su buona parte dei rapporti sociali. Tanto da far affermare a qualcuno che Facebook è la frontiera avanzata del net-capitalismo, del lavoro nell’era digitale, il contesto della valorizzazione nella cosiddetta economia postfordista.
Per non incorrere nella mera riproposizione di antiche querelle sul ruolo della tecnologia e della comunicazione occorre evitare due atteggiamenti opposti, ma complementari, che vedono «facebook» l’uno come un’operazione diabolica del grande capitale per dominare l’umanità mediante una tecnologia comunicativa e l’altro come uno strumento neutro che viene di volta in volta connotato dall’uso che se ne fa.

Il mito dell’immediatezza
Recentemente è stata modificata la pagina di accesso al profilo dei singoli utenti. Si sono integrate altre «piattaforme» di programmi informatici che gestiscono l’elaborazione di foto e video, si sono moltiplicate le applicazioni e si è cambiata la frase di apertura da «che fai in questo momento» a «cosa stai pensando in questo momento». L’intento è duplice: aprire la strada al superamento di «Facebook» da semplice social network a portale mondiale della comunicazione che investe la vita personale, il lavoro e, perché no?, il marketing. Al tempo stesso però si fa leva su una supposta socializzazione informale più immediata considerata di per sé più vera e autentica. E c’è anche il supporto di una nuova terminologia che tende a superare i confini della propria semantica: «ti addo» (ti accetto come amico), «ti poko» (ti dò una pacca sulla spalla», «ti taggo» (metto il nome sotto una tua foto in modo tale che, con un avviso, tu lo sappia e insieme a te tutti i tuoi amici»). Già la mediazione della parola scritta con la tastiera dovrebbe far riflettere sull’immediatezza e la spontaneità di uno scambio comunicativo. È più l’illusione di uno scambio equivalente, in realtà un doppio non-scambio travestito da «libero scambio», che si fonda sulla concezione di una netta separazione tra una «ricchezza della vita interiore», su «ciò che si è veramente», e le determinazioni simboliche e i ruoli della vita pubblica. Non si vuole qui sostenere che ci sia una perfetta coincidenza tra «vita interiore» e ruolo sociale-simbolico.

La neutralità impossibile
C’è una distanza variabile, all’interno di un processo, che ricapitola continuamente la soggettività. Un processo ostacolato dalla frammentazione delle modalità e degli ambiti comunicativi, dalla precarietà e dal cambiamento delle forme del lavoro, dalla provvisorietà delle relazioni personali e collettive. «Facebook» non fa altro che rispecchiare, approfondire e canalizzare la percezione che tutto sia frammentario, instabile, veloce. Si possono creare gruppi per ogni genere di affinità, sostenere cause dai contenuti più disparati tanto da innescare un’ansia e un simulacro di partecipazione in comunità inesistenti. La forza di «Facebook» risiede nella compatibità, che per un target di giovani utenti sta diventando sintonia con gli attuali parametri esistenziali. In più i social network e Facebook in particolare tendono a standardizzare la frammentazione della comunicazione producendo modelli di consumo e stili di comportamento. Si raggiunge il massimo dell’astrazione facendo un uso concreto «dell’immediatezza».
Il discorso che generalmente si accompagna ai social network tende a metterne in luce l’utilità dal punto di vista della facilitazione della comunicazione sociale e l’orizzontalità dello scambio di informazioni. Come in altri casi, anche «Facebook» tende a mostrarsi ammantato dell’aura della democrazia digitale: chiunque, nel rispetto delle condizioni di utilizzo, può creare un gruppo o una causa, chiunque può partecipare, esprimere un commento, pubblicare una nota, inviare informazioni alla rete di amici. «Facebook» può dunque essere utile per far circolare appelli, organizzare eventi, manifestazioni, propagandare contenuti. Non a caso uno degli esempi preferiti dei sostenitori liberal di «Facebook» è il ruolo che il social network ha svolto in occasione della campagna presidenziale di Barack Obama, tanto che ci si è persino spinti a dire che la vittoria dell’attuale presidente degli Stati Uniti difficilmente avrebbe potuto aver luogo senza il contributo fondamentale di «Facebook».
Argomentazioni inoppugnabili, almeno finché non si prova a mettere in questione il tipo di comunicazione orizzontale che si ha di fronte. Come altri prodotti della tecnologia comunicativa, anche «Facebook» è tutt’altro che neutro; è anzi dotato di una connotazione ben precisa che ha a che vedere con lo specifico modo di produzione capitalistico, e in particolare con il processo di circolazione delle merci e con il feticismo che l’accompagna. La presunta comunicazione orizzontale è in realtà fortemente determinata da un complesso di regole rigide che hanno come risultato l’uniformazione e l’omogeneizzazione dello scambio comunicativo: qualsiasi contenuto (variabile dalla battuta su una foto, alla comunicazione di un appello, a un appuntamento in birreria, a una nota filosofica o una poesia) è appiattito su un medesimo registro e confinato a una zona grigia di impersonalità. «Facebook» è uno strumento di comunicazione che uccide la comunicazione nel momento stesso in cui la produce. È un’immensa catena di montaggio di produzione di parole private di un soggetto. Questa enorme circolazione di parole, di commenti, di note e di immagini non ha spesso altra ragione se non il desiderio di presenza, e dunque di esistenza in rete, indipendentemente dal contenuto della comunicazione, dal suo soggetto e dalla relazione reale tra i soggetti della comunicazione.
Si stanno moltiplicando anche i casi di censura che riguardano ad esempio gruppi di madri che allattano i figli, dibattiti sull’aids e i preservativi, alcuni partiti politici, video che mettono alla berlina giornalisti televisivi, account cancellati all’improvviso e senza motivo. Le regole di «Facebook» vietano la pubblicazione di materiale genericamente offensivo e che può danneggiare la «compagnia». Il potere discrezionale per stabilire ciò che viola le condizioni d’uso di «Facebook» è talmente elevato arrivando a prevedere il cambiamento delle stesse condizioni senza preavviso. A volte si esagera provocando la reazione degli utenti, come alcune settimane fa, quando la società proprietaria di «Facebook» ha tentato di appropriarsi del copyright di tutto il materiale messo in rete sul social network anche di utenti che disattivassero la propria iscrizione. Certo i gestori del sito hanno fatto un passo indietro, non specificando tuttavia i limiti e le condizioni di uso dell’immensa mole di testi, video, foto e applicazioni prodotti dagli utenti. Ancor più grave è l’opacità del funzionamento del software di pubblicità mirata, che appare ogni volta che un utente si connette al proprio profilo in base alla frequenza di navigazione, ai gruppi a cui si è iscritti, alla nazionalità, allo stato civile.

Facebook contro facebook?
Se l’ideologia è anche un insieme di pratiche materiali, atteggiamenti, concezioni teoriche, comportamenti, discorsi, forme organizzative che riproducono i rapporti di produzione in una determinata epoca, è possibile vedere come «Facebook» contribuisce a un dominio ideologico teso alla destrutturazione e alla frammentazione del legame sociale, mascherata da suo potenziamento. In altri termini, «Facebook» contribuisce alla costruzione di una soggettività frammentata, potenziando peraltro l’indistinzione tra reale e virtuale che costituisce il proprio del feticismo. In una produzione comunicativa con queste caratteristiche la relazione sociale tra le persone tende a trasformarsi in rapporto sociale tra cose.
Se «Facebook», come qualsiasi altro prodotto della tecnologia, non è neutro, ciò non vuol dire che non lo si possa utilizzare; al contrario la tecnica o la tecnologia può essere usata in modo da sabotare lo scopo per cui è stata creata: come mostra la trilogia dei fratelli xxxxx x xxxxx, Matrix può essere usata contro Matrix. Ma questo richiede uno sforzo di riflessione, di analisi e di progetto da parte di una soggettività collettiva. In altri termini, l’approccio semplicistico o individuale al social network, per cui si crede di poterlo utilizzare in modo politicamente utile, semplicemente perché si fanno veicolare contenuti «partigiani», si creano gruppi e cause, si organizzano eventi, rischia di sottovalutare la potenza dei meccanismi impersonali che lo regolano e di non far altro che alimentare il Minotauro. Questa riflessione è tanto più urgente, quanto più il fenomeno «Facebook» sta diventando dilagante, un autentico fenomeno di massa, che potenzialmente modificherà le forme di comunicazione e di relazione anche fuori dalla rete.

Olschki

La forma della paura.

Video di un utente di youtube (anticonformista).

Articolo da “il manifesto”.Festival dedicato a Paul Auster.

FUORIPAGINA
25/03/2009

* | Iaia Vantaggiato
Dimenticare Benito?
We can!

Opportunismo o ripensamento? Quando si tratta di Gianfranco Fini il dubbio è sempre questo ma in questa occasione più che mai. “Pensa ancora che Mussolini sia il più grande statista del secolo?”, gli hanno chiesto ieri i giornalisti stranieri, con ancora vivo nella memoria il ricordo di quella altisonante definizione che quindici anni fa fece comprensibilmente scandalo. “La risposta – ha ribattuto Fini – sta in quel che ho fatto in questi anni”. E poi, rinunciando alla diplomazia iniziale: “La mia risposta è no, non sono dello stesso parere, altrimenti sarei schizofrenico… Bisogna avere un minimo di coerenza”.
Può sembrare quasi una bazzeccola per un ex segretario del Msi che negli ultimi anni ha reso omaggio alla Resistenza, è entrato con la kippah in testa allo Yed Vashem ed è arrivato a definire il fascismo “male assoluto”. Però non è così, perché, come si sa, i particolari sono spesso più indicativi delle grandi affermazioni complessive, e costano anche di più.
Compiutamente fascista, è noto, Gianfranco Fini non lo è mai stato. Nell’88, appena eletto per la prima volta segretario del Msi, rispose così (in un’intervista ripubblicata dall’ultimo numero dell’ “Europeo”) alla domanda di Daniele Protti: “Lei si dichiara fascista?”. “In alcune cose sì. Per altre no”. E poi: “Io sono un missino dei miei tempi. In questa società io ci vivo e non mi sarebbe piaciuto vivere in un’altra società. La amo e certe volte la detesto, ma mi sento figlio di questa società”. Con l’antisemitismo, poi, Fini non ha mai avuto niente a che spartire.
Se c’è stato coraggio nel rinnegare definitivamente il fascismo e nel rendere omaggio allo Yed Vashem (il museo della Shoà a Gerusalemme), si tratta del coraggio di chi osa infine dire apertamente, magari sfidando l’impopolarità, quel che più o meno in segreto già pensava e lasciava trapelare da un bel pezzo. E persino sul coraggio, si potrebbe discutere. Quei gesti, certo, scontentarono una parte (molto limitata) della base tosta di An, ma in compenso aprirono a Fini ogni porta. In Italia, in Europa, persino in Israele. Il sospetto di cinismo opportunista era forse, anzi probabilmente, infondato, ma certo non ingiustificato o incomprensibile.
Ma con Mussolini il discorso è diverso. Ancora a metà anni ’90 – in piena svolta e a sdoganamento realizzato, con il Msi già seppellito a Fiuggi – nello studio del presidente della nuova An campeggiava l’opera omnia del cavalier Benito. Quella battuta sulle doti di statista del duce, iperbole a parte, non era una voce dal sen fuggita. Non era neppure un ipocrita omaggio alla base dura e pura sgomenta dopo la svolta di Fiuggi. Trattare Mussolini da statista di rilievo, in contrapposizione con la retorica (comprensibile ma per molti versi bugiarda) che lo riduceva a un risibile dittatore cialtronesco, costituiva il più intimo dna del partito che si voleva erede di Salò. Era il filo, sottile quanto si vuole ma d’acciaio, che legava Fini non tanto a Benito Mussolini quanto al suo vero padre politico, Giorgio Almirante.
Quel filo, Fini ieri lo ha rotto, e senza aver studiato la mossa a effetto, senza averla prevista e calcolata. Quasi per caso.
Si potrebbe dire che, proprio con l’estemporanea risposta di ieri, Fini ha portato a termine la sua personale e lunghissima parabola. Da tiepido erede del fascismo a leader politico certamente di destra, certamente distantissimo dalla sinistra, ma altrettanto certamente democratico. Anzi, più democratico e meno “ducesco” di quasi tutti gli altri generali e colonnelli del partito in cui è entrato, con tutta An, domenica scorsa. Inclusi quelli che vanterebbero ascendenze democratiche meno discutibili.
Ma si potrebbe anche dire che ieri Fini, rinnegando Almirante per interposto Mussolini, ha compiuto l’ennesima scelta dettata dal freddo calcolo dei vantaggi e delle opportunità.
Chi scrive è convinta che la prima ipotesi sia quella più vera. E voi?

Primo Levi.Se questo e’ un uomo.

Vedere e tracciare

Vi è una immensa differenza tra il vedere una cosa senza matita in mano e il vederla mentre la si disegna.

O meglio, sono due cose assai differenti che si vedono. Anche l’oggetto più familiare ai nostri occhi diventa tutt’altro, se ci si mette a disegnarlo: ci accorgiamo che lo si ignorava, che non lo si era mai veramente veduto. Sino ad allora l’occhio non era servito che come intermediario.

Il vedere ha una sorta di costruzione, da cui l’assuefazione ci dispensa. Noi indoviniamo e prevediamo, in generale, più di quanto vediamo, e le impressioni dell’occhio sono per noi segni, e non presenze singolari , anteriori a tutti gli accomodamenti, riassunti, abbreviazioni, sostituzioni immediate che c’inculcarono con la prima educazione.

Il disegno dal vero di un oggetto conferi sce all’occhio un certo comando alimentato dalla nostra volontà.

Bisogna volere per vedere e una tale vista voluta ha il disegno per scopo e insieme per mezzo.

Non posso precisare la mia percezione di una cosa senza disegnarla virtualmente, e non posso disegnare questa cosa senza un’attenzione volontaria che trasforma notevolmente quello che prima avevo creduto di percepire e di conoscere.

Una volontà che duri è essenziale per il disegno, il quale infatti esige la collaborazione di apparati indipendenti, i quali non chiedono se non di riprendere la libertà degli automatismi che gli sono propri. L’occhio vuole errare, come la mano arrotondare, prendere per la tangente. Per assicurare la libertà del disegno, con la quale potrà compiersi la volontà del disegnatore, bisogna venire a capo delle libertà locali. È una questione di governo…

L’indipendenza dei diversi apparati, le flessioni e le inclinazioni a loro proprie, le loro agevolezze , sono opposte all’esecuzione del tutto volontaria.

Ne risulta che il disegno, se tende a raffigurare un oggetto il più possibile da vicino, richieda la condizione più cosciente: nulla di più incompatibile col sogno, una tale attenzione dovendo interrompere in ogni attimo il corso naturale dei gesti e guardarsi dalle seduzioni della curva che si pronuncia.

Come il pensatore cerca di difendersi dalle parole e dalle espressioni bell’e fatte, che dispensano le menti dallo stupirsi di tutto e rendono possibile la vita pratica, nello stesso modo l’artista può, con lo studio della forma, tentar di ritrovare la singolarità propria e lo stato primitivo, originario, della coordinazione del suo occhio, della sua mano, degli oggetti e della sua volontà.

da “Degas, Danza, Disegno” di Paul Valéry, 1938

Editoriale di “Specchio” ,rivista edita dal quotidiano La Stampa.

Interessante rubrica di Bruno Gambarotta.